Friday 18 September 2020

 

Psicologia e Lavoro n°167

In questo numero:

  • Premessa con Philip Slater Enzo SpaltroUn uomo non convenzionale Wallace Baine
  • L’inseguimento della solitudine Philip Slater
  • L’antisepsi maschile: Apollo Philip Slater
  • Il dittatore dentro Philip Slater
  • La gioia del lavoro Philip Slater
  • Democracy Is Inevitable Philip Slater 

Premessa con Philip Slater (1927 – 2013)
a cura di Enzo Spaltro


Philip lo incontrai per la prima volta a Firenze. Ne avevo sentito parlare in Canada e mi aveva colpito il fatto che non aveva mai avuto un’automobile e che non aveva il gusto della proprietà. Avevo letto a Montréal il suo libro nel 1970 e me lo ero sentito fortemente dentro. Qualcosa si era mosso dentro di me. Avevo saputo di lui dall’amico Alec Winn della Mc Gill University, da cui avevo avuto una prima iniziazione alle tecniche di gruppo. Sapevo che aveva scritto un libro Microcosmo sul t group, questa tecnica lanciata a Esalen in California e che io speravo di importare qui in Italia.
Sapevo che aveva lasciato Boston e si era trasferito a Santa Cruz, cercando una felicità diversa in America. Sapevo che era amico di un mio amico Matt Senn, fisico famoso sui cui libri avevano studiato generazioni i studenti di fisica. Ed era anche un superstite del Progetto Manhattan, quello che aveva costruito le pri¬me bombe atomiche, quello diretto da Bruno Openheimer. Quando ho saputo che Philip passava per Firenze, ho fatto di tutto per poterlo conoscere e ci sono riuscito.
Me lo trovai di fronte a tavola in un ri¬storante di cui non ricordo il nome, parlando con lui della solitudine. Eravamo tutti e due in compagnia: lui di una sua compagna ed io pure. Non faccio i nomi perché non si sa mai. Ma tutti e due, precisamente soli non eravamo. Scherzammo sulla cosa. Lui mi regalò, dedicandomelo, il suo libro sulla Wealth Addiction, la dipendenza dalla ricchezza, dal denaro, dalla moneta. Da questo libro nacque il mio interesse per la relazione uomo/moneta sino all’attuale moneta complementare, di cui si parla oggi in politica in Italia. Questa idea che esiste una tendenza alla dipendenza dalla moneta (quattro modi di dipendere, Slater considera) e che ogni cittadino ha il diritto di battere moneta, stavano da tempo maturando nella testa di Slater. E tutte queste cose, solitudine, moneta, deificazione, abbandono, caterpillar come bruco da cui si sviluppa la farfalla non erano solo cose americane, ma fatti di tutto il mondo nostro in cui vivevamo allora come ancor oggi viviamo. Sentirmi dire che non era solo un problema americano, ma mondiale, almeno del mondo cosiddetto occidentale che produceva, come diceva lui, due culture, quella della scarsità e quella dell’abbondanza, mi impressionò fortemente. Avrei letto molte altre cose sue, saggi, articoli, commedie e persino un romanzo. E l’importanza delle due culture era evidente in tutto quello che faceva.
Qualche anno dopo ritornò in Italia a Treviso, presso l’Unione Industriali ad un convegno sulla cittadinanza di impresa. Lo vidi preoccupato. Mi chiese se c’era qualcuno che gli po-teva prestare una giacca, perché tutti erano in giacca e cravatta. Lui andava in giro sempre con maglietta o maglione a secondo della temperatura. Pantaloni e scarpe da tennis. Fu difficile trovargliela quella giacca, perché lui era molto alto, ma gliela chiedemmo ad un amico di un’altezza sufficiente per mettere lui in equilibrio con gli amici trevisani. Slater diceva che questa distinzione era cominciata in America dopo che in Europa aveva imperato per secoli la cultura della scarsità. Il valore base ed unico era dato dalla scarsità. Sulla scarsità nacque il denaro e dalla scarsità nacque la deificazione del denaro, origine della sacralità del denaro. L’oro e l’argento erano metalli rari, il sole e la luna, metalli deificati.
Gli emigranti che fecero l’America fuggivano dalla scarsità imperante e creavano una abbondanza nuova, ma con valori doppi che poi si diffusero dall’America a tutto il mondo. La doppia cultura, scarsa ed abbondante insie¬me, oggi è diventata un problema mondiale. Sia perché l’America è diventata la nazione guida che con la sua doppia natura aveva esportato solitudine, sia perchè la società esistente non voleva morire. Preferiva (e preferisce ancora) una doppia natura scarsa/abbonante invece che un passaggio netto ad una cultura decisamente abbondante. Quindi la società duale e la qualità di ogni genere erano un mezzo per sopravvivere ed impedire ad una nuova cultura di realizzarsi. Ma anche una modalità di sottomissione delle maggioranze terrorizzate dalle armi nei confronti del dominio di piccole minoranze feroci armate e sempre in lotta tra loro.
La dualità quindi era una resistenza al cam¬biamento ed il sentimento di dualità coincideva col sentimento di colpa, tipicamente fondante la mentalità europea che aveva spinto milioni di persone ad emigrare in America. Una dualità insanabile, mi disse a Firenze. Poi non ci vedemmo più per anni. In altre occasioni ci sentivamo con brevi frasi via internet. Come quando mi annunciò, dopo l’elezione di Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, che a Santa Cruz, la sua città di adozione, si ballava in piazza. Mi inviò una breve mail dove c’era scritto “Democracy is inevitabile” . Che era poi il titolo di un articolo scritto tanti anni prima. Lui e Warren Bennis, noto psicologo americano avevano previsto nel 1964 che nel giro di cinquant’anni il processo di democratizzazione nei paesi comunisti avrebbe costretto le forme di governo autoritarie a diventare quello che lui chiamava democratizzazione. Che era “inevitabile” dappertutto. Anche in Cina e in America latina. Quello che però lo addolorava molto era il fatto inatteso che, mentre la democratizzazione cresceva in tutto il mondo, negli Stati Uniti si era quasi arrestata o per lo meno rallentata.
Lì a Firenze mi aveva parlato di questo suo disappunto e del libro che aveva appena scritto: Il sogno rimandato. Proprio su questo argomento. Me ne aveva parlato a Firenze e poi mi permise di tradurlo in italiano. Il titolo è tratto da una frase di uno scrittore americano Langston Hughes: “Cosa succede ad un sogno rimandato? Continua a seccarsi come uva passa al sole, oppure esplode?” Evidentemente si riferiva al suo Paese, gli Stati Uniti, che rimandavano il sogno americano di democrazia con pericolo per sé stessi e per il mondo in cui esercitavano una loro forte influenza. Un’altra frase che recitava spesso era “la democrazia significa inciampare spesso nella direzione giusta e non andare diritti verso la direzione sbagliata.” Quelle poche volte che lo sentivo parlare o che leggevo qualcosa scritto da lui, mi accorgevo che mi mordeva dentro. Non era un grande parlatore, ma era molto chiaro, nonostante il suo inglese californiano così sciolto e pieno di parole nuove, per me del tutto incomprensibili. Gli ricordai come io avessi letto le sue parole nel suo libro sull’inseguimento della solitudine. “Kathy I’m lost … non sono mie, ma …” lo interruppi “...dei Beatles anzi di...” ma lui non mi lasciò continuare “ … no sono di Paul Simon...” disse. Poi sorrise e concluse con le parole “They’re all looking for America”. Sono tutti qui che cercano l’America.
Eravamo negli anni settanta. A Bologna furoreggiava Francesco Guccini, quello della “piccola città bastardo posto … tra la via Emilia e il West “. Questi Americani che cercavano la solitudine mi affascinavano. In quel tempo gli americani avevano un po’ paura a veni¬re a Bologna la rossa. Qualche psicologo che dagli Stati mi veniva a trovare temeva di non essere bene accetto. Qualcuno offriva loro dei pea nuts, da noi dette “noccioline americane” e diceva “ma come fate voi a mangiare queste cose?” Spesso qualcuno rifiutava, ma la situazione era confusa. La doppia società della scarsità e dell’abbondanza era giunta sino a qui in Italia. Inoltre eravamo entrati nel periodo del terrorismo e delle dittature sud americane. E poi molti studenti americani erano venuti nelle università italiane per sfuggire alla guerra del Viet Nam. Bologna era la preferita. E poi, più vicini a noi i colonnelli greci, con la loro ditta¬tura provocarono un’emigrazione massiccia di ragazzi greci nelle scuole italiane.
Philip voleva capire se anche qui in Italia si declinava la doppia società dell’ineguaglianza e come la scarsità stesse riassorbendo l’abbondanza che si era creata dopo la fine della guerra. Il passaggio dalla scarsità all’abbondanza avveniva mediante un parallelo passag¬gio dalle relazioni di coppia a quelle di gruppo. Il plurale era diventato una specie di speran¬za per il tradizionale indiviualismo italiaco. Slater aveva scritto un libro fondamentale per l’apprendimento delle tecniche di gruppo. Il libro si chiamava Microcosmo e partiva con una constatazione sconvolgente. Il primo capitolo si intitolava “la deificazione come antidoto all’abbandono”. Questo voleva dire che, di fronte a qualcuno che ti abbandona, gli uomini tendono a deificarlo. Quando si inizia una formazione al lavoro di gruppo il docente tende a stare in silenzio, non rispondendo alle domande degli allievi, che si sentono abbandonati. Ciò porta ad una deificazione del docente, porta gli alunni a stare come in chiesa avanti ad un altare. E questo vale per tutte le professioni che Slater chiama abbandoniche, come quella dei medici, che diagnosticano e non guariascono, de i docenti che prescrivono e non insegnano, ed anche dei politici che sono al massimo sia come sentimento di abbandono che come tendenza alla deificazione. Anche nello stress il massimo di dannosità non sta nel superlavoro, ma nell’abbandono, che porta a deificare la controparte e ad aumentare magicamente l’influenza di chi ci abbandona. Da qui derivano qui le cardiopatie abbandoniche e l’importanza dell’autostima, come antidoto allo stress ed ai suoi spesso deificati effetti.
Nell’ultimo suo libro, che possiamo considerare il suo migliore contributo alla psicologia sociale(The Chrysalis Effect, 2008), Slater affrontò il problema della fine della società dei guerrieri e dell’avvento della società delle connessioni. Il titolo è simbolico The Chrysalid effect, cioè il cambiamento di un’era dal caterpillar alla butterfly, dal bruco alla farfalla. Noi siamo, scrive Slater, come un insetto che vive solo poche ore e che se vive di giorno non sa concepire cosa succede di notte e viceversa se vive di notte non sa concepire cosa succede di giorno. Gli uomini hanno una vita troppo breve per sapere come si viveva qualche centinaio di anni fa e per prevedere cosa succederà tra due secoli.
Slater ha parlato e scritto anche dell’Università. È stato docente in due Università, Harvard e Brandeis, ma se ne è fuggito via presto. L’Università per il prof. Slater è fondamentale per il cambiamento sociale. Gli studenti sono i migliori ambasciatori culturali del cambio di cultura in corso. Ma occorrerebbe seguire quello che lui chiama l’effetto crisalide, quello che trasforma il bruco-caterpillar, in farfalla-butterfly. Bisogna educare i giovani al cambia¬mento. Cambiare il modo di cambiare. Smetterla con la guerra alla guerra di Bush e con la dittatura del proletariato di Stalin. Philip ha avuto sempre il gusto delle frasi a effetto.
Parlando dell’Università ne usava due. Una era “ noi non educhiamo i nostri ragazzi a pensare”. Ed un’altra era “se l’Università diventa una specie di stato di polizia, di certificazione del sapere, la nazione tutta seguirà questa via. In effetti Slater fece di tutto per dimostrare la validità di questo suo assunto. Si mise a vende¬re cioccolatini perché così guadagnava più di un professore universitario ed aveva più tempo per scrivere i suoi libri. Poi fece l’attore perché dal palcoscenico di un teatro cittadino aveva più influenza sociale che da una cattedra universitaria. Scrisse una dozzina i commedie teatrali che poi rappresentò, come autore, attore o regista. E così via dicendo.
Anche l’anarchia, scrisse Slater, fa parte della vecchia cultura perché lascia al caso la regolamentazione dei rapporti tra le persone. L’America ha sempre promesso una specie di anarchia, che poi ha regolarmente rifiutato. E poi anche l’Università rientra nella deificazione come effetto dell’assenza e dell’abbandono del docente.
Il costo della deificazione non deve essere eccessivo, perchè noi abbiamo bisogno di vive¬re una vita tollerabile in una società tollerabile. Non desideriamo tutto e subito. Però vogliamo vivere bene.
Tutto bene, rispondono i conservatori della vecchia cultura bellica, ma come si fa ad entrare nell’utopia della nuova cultura delle connessioni? Dove il bruco si trasforma in farfalla? Tutti i tentativi fatti sinora sono falliti. Perché? Chiesero gli industriali di Treviso a Philip Sla¬ter nel 1999? Sono falliti, rispose Slater perché le risposte furono fondate sul presupposto della scarsità e dell’opposizione con l’avvento dell’abbondanza. Si comincia a vedere che scarsità ed abbondanza sono stati psichici soggettivi e quindi possibili, ma non necessari. Nessuno ci impedisce l’utopia di un diversa società dell’abbondanza se non, disse Slater “i nostri invidiosi sogni di una gloria personale. Il nostro orrore nei confronti dell’idea di gruppo, che ossessiona filosofi, cantanti, scrittori e politici deriva dai nostri sogni di eroismo personale che sinora non ci hanno portato che miseria, scontento, odio e caos. La guerra è stata per millenni la somma di tutto questo. Se noi riusciremo a oltrepassare tutto questo ed a cambiare questa nostra vanità, forse riusciremo a far emergere questo nostro ruolo utopistico della emergente cultura delle connessioni”. Ricordando queste parole, mi ritorna in mente la sua persona. Conosciuto a tavola lo vidi l’ultima volta a tavola a casa mia a Bolo¬gna. Quando fu l’ora di partire si alzò senza darmi il tempo di alzarmi. Mi venne alle spalle e mi strinse, dicendomi in modo californiano: take care! Prenditi cura di te. Io rimasi paralizzato e non fui capace di dire niente. Anche adesso mi verrebbe voglia di scrivere: take care. Ma preferisco controllare l’emozione ed usare la frase sua nel libro del 1964, La società provvisoria, scritto con Warren Bennis: La de¬mocrazia è inevitabile. Anche ciascuno di noi è inevitabile. Qui ci troviamo in mezzo a quelle percezioni di cui avevamo cominciato a parlare: le percezioni indefinibili:

  • non so cosa mi manca, ma sento che mi manca qualcosa
  • non so chi ci sia, ma c’è qualcuno
  • non so perchè sto scrivendo, ma c’è un perchè
  • non sappiamo cosa vogliamo ma vogliamo 

Quello che sappiamo è che la democrazia è inevitabile, per il bene e per il male. Noi non sappiamo perché. Ma lo dobbiamo scoprire ed imparare. Forse addirittura inventare. Ce lo hai insegnato tu. Siamo stati abbandonati tante volte dalla democrazia per cui oggi l’abbiano qui nella nostra soggettività, deificata. Anche Philip Slater è così. Non so se è lui che ci manca o chissà chi. Non so se sia ancora a Santa Cruz. Non so se sia mai esistito.
Anche tu, abbandonandoci, sei qui tra di noi che ti pensiamo, deificandoti. Noi della nostra età, abbiamo insegnato abbastanza caro Philip. Qualcosa abbiamo pure imparato, pur senza averne il diritto, che spettava solo agli studenti. Adesso questo diritto di imparare lo abbiamo anche noi. E tu, ovunque tu sia, take care!