Wednesday 20 November 2019

 

Monday, 13 July 2015 00:00

Psicologia e Lavoro n°173

In questo numero:

  • Presentazione di Enzo Spaltro
  • Invito agli Ordini degli Psicologi Rosanna Gallo
  • La giustizia organizzativa nella gestione delle risorse umane Massimiliano Barattucci
  • Il Job club: la gestione del gruppo finalizzata alla ricerca attiva di lavoro Fabrizio Mascioli
  • La partita professionale la gioco al coworking Patrizio Massi
  • Jobs act e job insecurity La psicologia del lavoro tra istituzioni e lavoratori Marco Vitiello, Daniele Andrian, Antonio Dragonetto
  • Analisi del bisogno formativo, della tutela e promozione della figura dello psicologo del lavoro in Emilia-Romagna Michele Piattella
  • La psicologia al lavoro, nella clinica, nel sociale. Futuri di una professione, tra illusione, visione, possibilità, progetto. Antonio Dragonetto, Emanuela Lupo
  • Sur le travail - Choix de textes Maurice de Montmollin
  • L’INTERVISTA: Giovanni Bresciani, Presidente SIPLO di Antonietta Cacciani
  • Psicologia Pratica Clima 173: Giramondo o sedentari a cura di UPric
  • RACCONTO: L’ossimoro di Enzo Spaltro tratto da “Il colore dell’acqua” Format Edizioni 2013
  • POESIA: Carla de Falco a cura di Francesco Di Lorenzo

Presentazione a cura di Enzo Spaltro

Questo numero di PeL è orientato alla Psicologia del Lavoro. Il lavoro, centro della vita sociale, tanto che qualcuno esageratamente lo considera la base della cittadinanza, non è considerato importante dalla Psicologia vigente. La Psicologia del Lavoro viene al massimo considerata Psicologia “applicata” al Lavoro. L’evidenza non basta a dimostrare il contrario. La maggioranza degli psicologi impegnati nelle organizzazioni nazionali e internazionali vengono dal lavoro. La prima scuola di specializzazione (quando ancora non c’erano le Facoltà di Psicologia) fu la Scuola di specializzazione in ”Psicologia del Lavoro e Psicotecnica” all’Università Cattolica di Milano. La sede di lavori stabili psicologici è ancora nel mondo del lavoro. Proprio nel momento in cui le aziende, volendo tagliare i costi, privilegiano la limitazione di attività di selezione, formazione e motivazione al lavoro. D’altronde anche nel mondo accademico la Psicologia del Lavoro non esiste che da pochi anni, in mezzo a una polverizzazione delle parole come Psicologa Sociale e del Lavoro, Psicologia Organizzativa o Industriale, Psicotecnica, eccetera. La prima cattedra di Psicologia del Lavoro si deve a una proposta degli studenti della Facoltà di Sociologia di Trento nel 1968. Stretta tra il rifiuto degli sperimentalisti in parallelo con i clinici e il rifiuto studentesco e sindacale. E persino col sospetto degli imprenditori che la vedono ancor oggi come una proposta sovversiva o populista, la Psicologia del Lavoro stenta a svilupparsi come potrebbe o dovrebbe. Anche gli Ordini professionali degli Psicologi non hanno mostrato negli anni un loro più favorevole atteggiamento. Dal fatto iniziale del rifiuto dei primi Dottori di Ricerca, che erano tre nella loro prima edizione, di cui due soli hanno poi proseguito ed uno è prematuramente scomparso. Anche l’indagine, voluta dalla nostra rivista, ha mostrato la stessa tiepidezza. Alla nostra richiesta di opinione e collaborazione, i Presidenti degli Ordini degli Psicologi hanno risposto molto tiepidamente. Mentre ringraziamo coloro che hanno accettato il nostro invito e pubblichiamo quanto abbiamo ricevuto, ricordiamo come anche come personalità della scienza e della letteratura italiane parlino di fisica, di neuroscienze, di scienze sociali, di filosofia, ma mai di psicologia. Carlo Rovelli, nel suo delizioso libretto “Sette lezioni di fisica”, parla continuamente di problemi psichici, senza usare mai la parola Psicologia. Il cardinale Gianfranco Ravasi, responsabile dei problemi culturali della Santa Sede, parla continuamente (Sole 24 ore, 7 giugno 2015) di Psicologia, ma scrive “ …siamo un paese ove brilla in natura il sole, ma ove è la nebbia ad avvolgere le Scienze Sociali…”, usando questo termine di Scienze Sociali di significato dubitativo–dispregiativo. Anche la Psicologia del Lavoro fa parte del “pacchetto” Scienze Sociali, ancora incapace di produrre scienza, ma ancora e soltanto Scienze Sociali, o al massimo Neuroscienze, ma non Psicologia. Ritorneremo su questo tema. Per ora la situazione è quella di un vago e tendenzioso rifiuto di questa disciplina. Speriamo e insistiamo: da tanti anni speriamo che il lavoro sia una polarità basilare per l’affermazione della soggettività. Più della malattia, dell’apprendimento, del collettivo e della politica. Secondo soltanto all’idea della cittadinanza, che ne costituisce l’origine, come causa ed effetto. Così sono stati raccolti a seguito della richiesta di Rosanna Gallo, gli scritti di Giovanni Bresciani, intervistato da Antonietta Cacciani, Massimiliano Barattucci, Fabrizio Mascioli, Patrizio Massi, Marco Vitiello, Daniele Andrian, Antonio Dragonetto, Emanuela Lupo, Michele Piattella, quanto è stato possibile pubblicare su temi diversi in questa carrellata di risorse al nostro invito. Il ricordo di un collega francese, recentemente scomparso, Maurice de Montmollin, che molto collaborò a sviluppare la Psicologia del Lavoro ed Ergonomia, completa questa stimolazione critica, ma fiduciosa. Cioè l’espressione e la repressione della psicologia nel mondo del lavoro. Cioè Psicologia del Lavoro e Lavoro della Psicologia.

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Monday, 20 April 2015 00:00

La chiave a stella - consigli di lettura

Il lavoro e la sua qualità, l’austerità, il conflitto, l’avventura. Una sorta di Odissea moderna dove il protagonista, Faussone, può essere paragonato ad un Ulisse che gira il mondo con la sua chiave a stella per montare gru, tralicci, ponti, impianti petroliferi, ma soprattutto un’altra grande opera: la moralità del lavoro, raccontata attraverso le sue parole schiette e sincere.
Primo romanzo d’invenzione di primo Levi, pagine molto piacevoli da leggere, di sovente velate da ironia, che affrontano dall’interno il rapporto tra uomo e lavoro, oltre a rivelare vite e mestieri di cui si conosce poco.
Una narrazione (un dialogo per l’esattezza) su chi si impegna a lavorare bene, su chi crede in ciò che fa, sulla fatica quotidiana, sulle vittorie e sulle sconfitte che portano al piacere per un’opera portata a termine e ben fatta.
La moralità del proprio mestiere è d’obbligo per chi ricerca il cambiamento; tutti abbiamo l’obbligo di batterci per una nuova organizzazione del lavoro che offra motivazione e partecipazione.
Il lavoro è una componente necessaria della nostra società, capace di renderci cittadini liberi e non sciavi, come potrebbero pensare taluni. Lo stesso autore afferma: “Il rapporto che lega un uomo alla sua professione è simile a quello che lo lega al suo paese; è altrettanto complesso, spesso ambivalente, ed in generale viene compreso appieno solo quando si spezza: con l’esilio o l’emigrazione nel caso del paese d’origine, con il pensionamento nel caso del mestiere”.
Questa sarà la vera rivoluzione, nonché il futuro delle relazioni industriali, una lotta che tende verso un lavoro competente e ben fatto, che ponga le basi per un benessere diffuso.

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Wednesday, 22 October 2014 00:00

Psicologia e Lavoro n°168

In questo numero:

  • Cambiare l’apprendere per apprendere a cambiare. Enzo Spaltro

  • Dalla cultura bellica alla cultura connettiva. Enzo Spaltro

  • La bella scuola. Qualità e benessere Francesco Di Lorenzo

  • Psicologia economica come aiuto alla crisi economica Patrizio Massi

  • The “science of karma" Anna Miller

  • Il sindacato positivo del benessere: trenta punti di attenzione

  • Le professioni verbali

  • Colloquio tra Gianpaolo Lai e Enzo Spaltro

  • Psicologia Pratica. Clima 168: Creatività e Rischio a cura di UPric

  • Poesia - Bruno Lugano a cura di Francesco Di Lorenzo - UPpress

  • Il sesto potere. FondES, UP Università delle Persone
    5°Convegno di primavera Cervia, 28 e 29 marzo 2014

Cambiare l’apprendere per apprendere a cambiare. a cura di Enzo Spaltro

Questo numero 168 della nostra rivi­sta Psicologia e Lavoro è un nume­ro speciale perché approfondisce un poco l’area del cambiamento in corso tra guerra e pace, tra lotta contro e lotta per, tra potere a somma zero e potere a somma varia­bile. È un numero “magro” perché non può oggi, neppure per scherzo, tentare di propor­re soluzioni eccezionali, ma solo invitare a pensare in modo soggettivo, con definizioni plurali e rischi di passaggi e di ipotesi che solo l’esperienza mostrerà se erano valide o no.
Innanzi tutto parliamo di transizione da una cultura bellica a una connettiva, poi di una scuola bella, perché quella buona, che ancora non c’è, già non ci basta più. Poi anco­ra ci chiediamo quello che continuano a chie­dersi in molti, senza trovare sinora un nome adatto, sulla psicologia economica, che è un ossimoro e un’impossibilità, in quanto l’eco­nomia attualmente esistente è oggettivista e quindi non psicologica. Poi ancora ci per­mettiamo un cenno su quelle che definiano come “le professioni verbali” che presentano i pensieri di uno psicoanalista che molto si è addentrato nell’area ancora sconosciuta del lavoro e delle sue conseguenze nella sogget­tività.
Dopo presentiamo un clima, un modo per descrivere un’atmosfera sociale in cui i soggetti vivono. Ciò è proposto mediante una doppia chiave di lettura, con due serie di do­mande su creatività e rischio, due dimensio­ni importanti in un momento in cui in Italia sono diventate basilari per affrontare un mo­mento di una loro scarsificazione, poiché l’e­conomia e la politica vigenti stanno contra­stando l’uso della creatività e del rischio, che a gran voce tutti invocano, ma nella sostanza in silenzio combattono, rinchiusi come sono spesso in una loro indissolubilità paralizzan­te.
Completano questo magro ed ipotetico numero-contributo di Psicologia e Lavoro ad una psicologia del cambiamento trenta punti dedicati al sindacato italiano di oggi. Sono trenta punti (uno per giorno, come nei bre­viari dei religiosi di un tempo!). Creatività e rischio proposti anche a loro, sindacati e sindacalisti, poiché è evidente l’importanza, (in diminuzione ma pur sempre importanza), del sindacato di tutti i tipi di rappresentan­za e di rappresentatività. In questo momento delicato della vita italiana, una riflessione sul sindacato è utile per indebolire tutto ciò che è troppo dominante e rinforzare ciò che si sta troppo indebolendo nello scenario del lavoro italiano.
Positivo, quasi ottimistico, è il segno che connota questo numero di PeL: quello di un passaggio dall’assoggettamento all’apprendi­mento e quindi di un fondamentale passaggio tra il dire ed il fare. Parlare di formazione o di sviluppo non basta. Non bastano scuole, con­gressi, ricerche. Tutti siamo coinvolti in que­sti necessari, ma non sufficienti cerimoniali. Oggi occorre fare più sviluppo e liberazione, usando il provando e riprovando galileiano. Molti anni fa si fece una lotta contro… una dominazione politica. Oggi, che le lotte con­tro… non rendono più occorre fare una lotta per… una liberazione culturale. Quindi oc­corre fare dell’apprendimento una bandiera mentale. In cui a mosaico, tessera per tessera, si possa formulare un disegno, una figura, un modello senza più continui inviti ai sacrifici ed alle sofferenze necessarie per sopravvivere. Anche il sogno non ci basta più. Oggi abbiamo ancora forza sufficiente con cui poco a poco si possa continuare a sognare per vivere. E con il piccolo passo, la piccola idea, il piccolo en­tusiasmo del momento, messi assieme, con tante connessioni, relazioni ed associazioni ci sia consentito un benessere e un bellessere ai quali abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di pervenire. Porvenir nella lingua no­stra sorella, lo spagnolo, significa infatti futu­ro. Bellessere come cambiamento e speranza in un futuro migliore.

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Friday, 24 October 2014 00:00

Psicologia e Lavoro n°170

In questo numero:

  • Origini dell’idea Università degli Studi di Cagliari, convegno-dibattito: “Per gestire il conflitto: perdono, non violenza, mediazione e negoziazione”, Cagliari, 19 aprile 2013
  • Il perdono ed il futuro Enzo Spaltro
  • Nuovi giochi, dopo la guerra Enrico Euli
  • La gestione del conflitto nel testo biblico Gianfranco Cicotto
  • Slatentizzare il conflitto! Giorgio Sangiorgi
  • Riconoscimento e perdono in un conflitto irrisolvibile Mustafa Qossoqsi
  • Il conflitto organizzativo Simone Angius
  • Guerra, uso della forza, uso della violenza. Aldo Vanini
  • Strategie e tattiche per la gestione dei conflitti: dalla lotta alla negoziazione Cristina Cabras
  • Il LAVORO A PRUA a cura di Claudio Arlati
  • RACCONTO: Sartre e il vino bianco Francesco Di Lorenzo
  • Convegno d’Autunno Economia e politica. Produzione - distribuzione di ricchezza o assegnazione di risorse scarseggianti? 5-6-7 novembre 2014 Bologna - Argelato, EmilBanca

Presentazione a cura di Enzo Spaltro

Da molti millenni gli uomini hanno utilizzato la guerra per risolvere i loro conflitti. Solo recentemente è apparsa la possibilità di sostituire la guerra con pratiche relazionali e meno cruente. Sono stati così inventati mezzi e rapporti capaci di negoziare, contrattare, gestire situazioni di conflitto, meno distruttivi di quelli delle origini. Soprattutto mediante la possibilità di usare delle variabili più psicologiche che economiche. Un tempo i poeti greci sostenevano che la guerra era l’origine di tutte le cose. Poi si vide che molte cose potevano essere inventate anche in tempo di pace. Poi si vide che molto dipendeva dalla qualità del potere che veniva utilizzato nelle relazioni: il potere a somma zero, detto anche competitivo e il potere a somma variabile detto anche collaborativo. In un convegno svoltosi a Cagliari nell’aprile del 2013 sono stati trattati molti di questi temi e tratte delle interessanti conclusioni da parte di specialisti di diverse discipline. Speciali condizioni di conflitto che richiedono speciali modalità di perdono sono state presentate durante questo convegno, che ha avuto come contenuto principale non tanto il perdono quanto la capacità di risolvere i conflitti con una migliore qualità di vita e i costruzione di benessere, di aumento dell’orizzonte temporale e di uso esclusivo della vendetta per ottenere a qualunque costo giustizia. Particolarmente interessanti sono i contributi degli autori anche in questa occasione di condizioni di conflittualità molto distruttiva. La lettura di questo numero di Psicologia & Lavoro risulta abbastanza utile a coloro che desiderano aumentare il controllo sulla propria vita e riappropriarsi di quella parte di libertà che il bisogno di vendetta spesso tende a riservare a sé stessa ed esclusivamente alla distruzione dei nemici. Di tutta questa energia sprecata ed i modi di utilizzarla meglio viene proposto un uso per migliorare la vita sia in ambiente micro famigliare che in condizioni macro organizzative e politiche.

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Wednesday, 22 October 2014 00:00

Psicologia e Lavoro n°169

In questo numero:

  • Presentazione a cura di Enzo Spaltro
  • Evoluzione del concetto di conciliazione tra vita e lavoro, nuove prospettive Rosanna Gallo
  • Interventi di successo aziendale sulla conciliazione vita-lavoro. Dal convegno moms@work, 26 Settembre 2013 Francesca Bisoglio - Monica Guerini
  • Indagine sul Work-life balance: il punto di vista dei lavoratori Annalisa Cristofori
  • INTERVISTA a un Business Manager di una multinazionale del settore informatico. Quarantenne, due figli (8 e 4 anni) Annalisa Cristofori
  • La conciliazione tra lavoro e benessere equo e sostenibile in Italia. Dal rapporto BES 2013 Antonietta Cacciani
  • DOCUMENTO Compendium of OECD well-being indicator a cura di Rosanna Gallo
  • DOCUMENTO Work-life balance: a daily practice and a life-course strategy di Rossana Trifiletti e Luca Salmieri a cura di Simonetta Simoni
  • Leggere Introduzione del libro “Il nuovo contratto sociale. Tra i sessi” autrici Manuela Naldini e Chiara Saraceno
  • Da vedere La conciliazione tra vita e lavoro: un manager d’azienda
  • Psicologia Pratica. Clima 169: buon lavoro o bel lavoro? a cura di UPric
  • Racconto e Poesia: Antonella Anedda a cura di Francesco Di Lorenzo
  • Info: presentazione della nuova rubrica “Il lavoro a prua”


Conciliazione tra vita e lavoro. Uno sviluppo sostenibile tra persone e organizzazioni
Enzo Spaltro


I pareri sulla conflittualità su lavoro e vita sono molto vari e con definizioni molto controverse, come dimostra la trattazione complessa fatta alla voce “work-life-balance” fatta da Wekipedia su questo argomento. Molti l’hanno chiamato equilibrio tra lavoro e vita e altri ancora tra lavoro e gioco. Le prime definizioni sono state date a metà dell’800 quando gli antropologi hanno tentato di dare una definizione di felicità, come separazione possibile tra lavoro e gioco. L’espressione “work-life-balance” fu usata in Inghilterra e negli Stati Uniti negli anni 70 come equilibrio tra il lavoro di un individuo e la sua vita personale. Già dieci anni prima nel tentativo di migliorare le condizioni delle lavoratrici-madri, può essere ricordato un insieme d’iniziative realizzate in alcune aziende pionieristiche. Il tema era sempre lo stesso, cioè quello di definire la felicità e il conflitto lavorativo, sempre chiarendo le due polarità di tale conflitto. Così qualcuno parlava di differenza fra regole e gioco, altri tra ruoli lavorativi ed identità personali, altri ancora tra tempo libero e tempo lavorato. Oggi la definizione che meglio esprime la conciliazione tra lavoro e vita è quella temporale: le due polarità sono quelle del tempo dedicato agli altri e del tempo dedicato a sè stessi. Un tempo il controllo era semplicemente effettuato nei locali di lavoro, mentre ora tale controllo si svolge in quasi tutti i componenti della vita. Se ne deduca abbastanza chiaramente che il controllo globale riguarda anche la vita fami-liare, mentre il controllo più specifico e limitato riguarda esclusivamente il risultato ottenuto nel raggiungimento degli obbiettivi concordati. La globalizzazione ha portato questa modalità di controllo a livelli molto maggiori che nel passato (a livello planetario). Una delle modalità in cui il rapporto tra lavoro e vita si esprime in maniera più chiara è quella dell’aspettativa da parte degli altri. Esiste cioè un rapporto-equilibrio sempre variabile tra chi riesce a soddisfare le aspettative degli altri (almeno secondo lui stesso) e chi invece non ci riesce. Si definisce stress, la differenza tra l’aspettativa che un soggetto ha sulla propria capacità di rispondere alle esigenze altrui. Nel caso non si realizzino quelle che si crede siano le aspettative altrui la frustrazione derivante si denomina stress. Ovviamente tanto più vi è stress tanto meno vi è equilibrio e conciliazione tra vita e lavoro.
Da questa frustrazione chiamata stress, che può essere definita in tre modi: eu-stress quando si crede che le aspettative degli altri vengano soddisfatte dal risultato lavorativo, il dis-stress quando non vi è equilibrio tra aspettative e prestazioni. Se le aspettative degli altri sono superiori alle mie prestazioni io soffro dis-stress di sur-menage, mentre invece se le mie prestazioni sono maggiori alle aspettative altrui io soffro di sous-menage.
Contrariamente a quanto si crede lo stress da mancanza di aspettative è più dannoso di quello da eccesso di aspettative.
A seguito di queste costatazioni e ricerche si è visto che il rapporto tra lavoro e vita deriva dall’ideologia dominante e dalla concezione vigente di potere e di dominio. Il potere prevalente a somma zero porta ad una qualità dello stress molto aggressiva e poco cooperativa. Spesso si parla di work-family-balance.
Da questa costatazione si vede come il rapporto tra aspettative e prestazioni occasionali porta a una continua invasione del tempo familiare da parte del lavoro e delle sue in-fluenze.
In questo numero di Psicologia & Lavoro vengono presentati brevi ma significativi esempi di quelli che due autrici (Naldini e Saraceno) hanno definito il nuovo contratto sociale. Tra i sessi. L’impatto della salute come sintomo del rapporto tra lavoro e vita determina una serie di conseguenze psicosomatiche da non dimenticare, come le malattie cardio-respiratorie e vascolari e le malattie gastro-intestinali ed epatiche. Quando si parla di evoluzione del concetto di conciliazione non si vuole peraltro affermare una possibile soluzione del conflitto tra lavoro e vita, ma di un apprendimento a gestire e a vivere il rapporto tra noi stessi e gli altri ed una diversa ripartizione del tempo tra gli altri e noi. Una serie di ricerche soprattutto dovute ai fisici ed agli astronomi, che hanno studiato il rapporto tra tempo e forza di gravità permettono di individuare nella “bilancia” tra l’attività seria organizzata e quella ludica e disorganizzata l’origine di una possibile progettazione di una nuova qualità del tempo e di una conseguente ridefinizione di quello che può essere chiamato il lavoratore ideale, quello che inventa e distribuisce il suo tempo sulla base della sua felicità e sulla gestione di un conflitto tra tempo dedicato agli altri e tempo dedicato a sé stesso. Il raggiungimento di un equilibrio tra tempo altri e tempo proprio può essere considerato come uno degli obbiettivi più interessanti della moderna psicologia del lavoro. Per questo Psicologia & Lavoro vi ha dedicato un numero che potrebbe servire come bandolo della matassa per “srotolare” il tema intrigante del come vivere meglio e produrre meglio ancora.

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Monday, 20 October 2014 00:00

Psicologia e Lavoro n°167

In questo numero:

  • Premessa con Philip Slater Enzo SpaltroUn uomo non convenzionale Wallace Baine
  • L’inseguimento della solitudine Philip Slater
  • L’antisepsi maschile: Apollo Philip Slater
  • Il dittatore dentro Philip Slater
  • La gioia del lavoro Philip Slater
  • Democracy Is Inevitable Philip Slater 

Premessa con Philip Slater (1927 – 2013)
a cura di Enzo Spaltro


Philip lo incontrai per la prima volta a Firenze. Ne avevo sentito parlare in Canada e mi aveva colpito il fatto che non aveva mai avuto un’automobile e che non aveva il gusto della proprietà. Avevo letto a Montréal il suo libro nel 1970 e me lo ero sentito fortemente dentro. Qualcosa si era mosso dentro di me. Avevo saputo di lui dall’amico Alec Winn della Mc Gill University, da cui avevo avuto una prima iniziazione alle tecniche di gruppo. Sapevo che aveva scritto un libro Microcosmo sul t group, questa tecnica lanciata a Esalen in California e che io speravo di importare qui in Italia.
Sapevo che aveva lasciato Boston e si era trasferito a Santa Cruz, cercando una felicità diversa in America. Sapevo che era amico di un mio amico Matt Senn, fisico famoso sui cui libri avevano studiato generazioni i studenti di fisica. Ed era anche un superstite del Progetto Manhattan, quello che aveva costruito le pri¬me bombe atomiche, quello diretto da Bruno Openheimer. Quando ho saputo che Philip passava per Firenze, ho fatto di tutto per poterlo conoscere e ci sono riuscito.
Me lo trovai di fronte a tavola in un ri¬storante di cui non ricordo il nome, parlando con lui della solitudine. Eravamo tutti e due in compagnia: lui di una sua compagna ed io pure. Non faccio i nomi perché non si sa mai. Ma tutti e due, precisamente soli non eravamo. Scherzammo sulla cosa. Lui mi regalò, dedicandomelo, il suo libro sulla Wealth Addiction, la dipendenza dalla ricchezza, dal denaro, dalla moneta. Da questo libro nacque il mio interesse per la relazione uomo/moneta sino all’attuale moneta complementare, di cui si parla oggi in politica in Italia. Questa idea che esiste una tendenza alla dipendenza dalla moneta (quattro modi di dipendere, Slater considera) e che ogni cittadino ha il diritto di battere moneta, stavano da tempo maturando nella testa di Slater. E tutte queste cose, solitudine, moneta, deificazione, abbandono, caterpillar come bruco da cui si sviluppa la farfalla non erano solo cose americane, ma fatti di tutto il mondo nostro in cui vivevamo allora come ancor oggi viviamo. Sentirmi dire che non era solo un problema americano, ma mondiale, almeno del mondo cosiddetto occidentale che produceva, come diceva lui, due culture, quella della scarsità e quella dell’abbondanza, mi impressionò fortemente. Avrei letto molte altre cose sue, saggi, articoli, commedie e persino un romanzo. E l’importanza delle due culture era evidente in tutto quello che faceva.
Qualche anno dopo ritornò in Italia a Treviso, presso l’Unione Industriali ad un convegno sulla cittadinanza di impresa. Lo vidi preoccupato. Mi chiese se c’era qualcuno che gli po-teva prestare una giacca, perché tutti erano in giacca e cravatta. Lui andava in giro sempre con maglietta o maglione a secondo della temperatura. Pantaloni e scarpe da tennis. Fu difficile trovargliela quella giacca, perché lui era molto alto, ma gliela chiedemmo ad un amico di un’altezza sufficiente per mettere lui in equilibrio con gli amici trevisani. Slater diceva che questa distinzione era cominciata in America dopo che in Europa aveva imperato per secoli la cultura della scarsità. Il valore base ed unico era dato dalla scarsità. Sulla scarsità nacque il denaro e dalla scarsità nacque la deificazione del denaro, origine della sacralità del denaro. L’oro e l’argento erano metalli rari, il sole e la luna, metalli deificati.
Gli emigranti che fecero l’America fuggivano dalla scarsità imperante e creavano una abbondanza nuova, ma con valori doppi che poi si diffusero dall’America a tutto il mondo. La doppia cultura, scarsa ed abbondante insie¬me, oggi è diventata un problema mondiale. Sia perché l’America è diventata la nazione guida che con la sua doppia natura aveva esportato solitudine, sia perchè la società esistente non voleva morire. Preferiva (e preferisce ancora) una doppia natura scarsa/abbonante invece che un passaggio netto ad una cultura decisamente abbondante. Quindi la società duale e la qualità di ogni genere erano un mezzo per sopravvivere ed impedire ad una nuova cultura di realizzarsi. Ma anche una modalità di sottomissione delle maggioranze terrorizzate dalle armi nei confronti del dominio di piccole minoranze feroci armate e sempre in lotta tra loro.
La dualità quindi era una resistenza al cam¬biamento ed il sentimento di dualità coincideva col sentimento di colpa, tipicamente fondante la mentalità europea che aveva spinto milioni di persone ad emigrare in America. Una dualità insanabile, mi disse a Firenze. Poi non ci vedemmo più per anni. In altre occasioni ci sentivamo con brevi frasi via internet. Come quando mi annunciò, dopo l’elezione di Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, che a Santa Cruz, la sua città di adozione, si ballava in piazza. Mi inviò una breve mail dove c’era scritto “Democracy is inevitabile” . Che era poi il titolo di un articolo scritto tanti anni prima. Lui e Warren Bennis, noto psicologo americano avevano previsto nel 1964 che nel giro di cinquant’anni il processo di democratizzazione nei paesi comunisti avrebbe costretto le forme di governo autoritarie a diventare quello che lui chiamava democratizzazione. Che era “inevitabile” dappertutto. Anche in Cina e in America latina. Quello che però lo addolorava molto era il fatto inatteso che, mentre la democratizzazione cresceva in tutto il mondo, negli Stati Uniti si era quasi arrestata o per lo meno rallentata.
Lì a Firenze mi aveva parlato di questo suo disappunto e del libro che aveva appena scritto: Il sogno rimandato. Proprio su questo argomento. Me ne aveva parlato a Firenze e poi mi permise di tradurlo in italiano. Il titolo è tratto da una frase di uno scrittore americano Langston Hughes: “Cosa succede ad un sogno rimandato? Continua a seccarsi come uva passa al sole, oppure esplode?” Evidentemente si riferiva al suo Paese, gli Stati Uniti, che rimandavano il sogno americano di democrazia con pericolo per sé stessi e per il mondo in cui esercitavano una loro forte influenza. Un’altra frase che recitava spesso era “la democrazia significa inciampare spesso nella direzione giusta e non andare diritti verso la direzione sbagliata.” Quelle poche volte che lo sentivo parlare o che leggevo qualcosa scritto da lui, mi accorgevo che mi mordeva dentro. Non era un grande parlatore, ma era molto chiaro, nonostante il suo inglese californiano così sciolto e pieno di parole nuove, per me del tutto incomprensibili. Gli ricordai come io avessi letto le sue parole nel suo libro sull’inseguimento della solitudine. “Kathy I’m lost … non sono mie, ma …” lo interruppi “...dei Beatles anzi di...” ma lui non mi lasciò continuare “ … no sono di Paul Simon...” disse. Poi sorrise e concluse con le parole “They’re all looking for America”. Sono tutti qui che cercano l’America.
Eravamo negli anni settanta. A Bologna furoreggiava Francesco Guccini, quello della “piccola città bastardo posto … tra la via Emilia e il West “. Questi Americani che cercavano la solitudine mi affascinavano. In quel tempo gli americani avevano un po’ paura a veni¬re a Bologna la rossa. Qualche psicologo che dagli Stati mi veniva a trovare temeva di non essere bene accetto. Qualcuno offriva loro dei pea nuts, da noi dette “noccioline americane” e diceva “ma come fate voi a mangiare queste cose?” Spesso qualcuno rifiutava, ma la situazione era confusa. La doppia società della scarsità e dell’abbondanza era giunta sino a qui in Italia. Inoltre eravamo entrati nel periodo del terrorismo e delle dittature sud americane. E poi molti studenti americani erano venuti nelle università italiane per sfuggire alla guerra del Viet Nam. Bologna era la preferita. E poi, più vicini a noi i colonnelli greci, con la loro ditta¬tura provocarono un’emigrazione massiccia di ragazzi greci nelle scuole italiane.
Philip voleva capire se anche qui in Italia si declinava la doppia società dell’ineguaglianza e come la scarsità stesse riassorbendo l’abbondanza che si era creata dopo la fine della guerra. Il passaggio dalla scarsità all’abbondanza avveniva mediante un parallelo passag¬gio dalle relazioni di coppia a quelle di gruppo. Il plurale era diventato una specie di speran¬za per il tradizionale indiviualismo italiaco. Slater aveva scritto un libro fondamentale per l’apprendimento delle tecniche di gruppo. Il libro si chiamava Microcosmo e partiva con una constatazione sconvolgente. Il primo capitolo si intitolava “la deificazione come antidoto all’abbandono”. Questo voleva dire che, di fronte a qualcuno che ti abbandona, gli uomini tendono a deificarlo. Quando si inizia una formazione al lavoro di gruppo il docente tende a stare in silenzio, non rispondendo alle domande degli allievi, che si sentono abbandonati. Ciò porta ad una deificazione del docente, porta gli alunni a stare come in chiesa avanti ad un altare. E questo vale per tutte le professioni che Slater chiama abbandoniche, come quella dei medici, che diagnosticano e non guariascono, de i docenti che prescrivono e non insegnano, ed anche dei politici che sono al massimo sia come sentimento di abbandono che come tendenza alla deificazione. Anche nello stress il massimo di dannosità non sta nel superlavoro, ma nell’abbandono, che porta a deificare la controparte e ad aumentare magicamente l’influenza di chi ci abbandona. Da qui derivano qui le cardiopatie abbandoniche e l’importanza dell’autostima, come antidoto allo stress ed ai suoi spesso deificati effetti.
Nell’ultimo suo libro, che possiamo considerare il suo migliore contributo alla psicologia sociale(The Chrysalis Effect, 2008), Slater affrontò il problema della fine della società dei guerrieri e dell’avvento della società delle connessioni. Il titolo è simbolico The Chrysalid effect, cioè il cambiamento di un’era dal caterpillar alla butterfly, dal bruco alla farfalla. Noi siamo, scrive Slater, come un insetto che vive solo poche ore e che se vive di giorno non sa concepire cosa succede di notte e viceversa se vive di notte non sa concepire cosa succede di giorno. Gli uomini hanno una vita troppo breve per sapere come si viveva qualche centinaio di anni fa e per prevedere cosa succederà tra due secoli.
Slater ha parlato e scritto anche dell’Università. È stato docente in due Università, Harvard e Brandeis, ma se ne è fuggito via presto. L’Università per il prof. Slater è fondamentale per il cambiamento sociale. Gli studenti sono i migliori ambasciatori culturali del cambio di cultura in corso. Ma occorrerebbe seguire quello che lui chiama l’effetto crisalide, quello che trasforma il bruco-caterpillar, in farfalla-butterfly. Bisogna educare i giovani al cambia¬mento. Cambiare il modo di cambiare. Smetterla con la guerra alla guerra di Bush e con la dittatura del proletariato di Stalin. Philip ha avuto sempre il gusto delle frasi a effetto.
Parlando dell’Università ne usava due. Una era “ noi non educhiamo i nostri ragazzi a pensare”. Ed un’altra era “se l’Università diventa una specie di stato di polizia, di certificazione del sapere, la nazione tutta seguirà questa via. In effetti Slater fece di tutto per dimostrare la validità di questo suo assunto. Si mise a vende¬re cioccolatini perché così guadagnava più di un professore universitario ed aveva più tempo per scrivere i suoi libri. Poi fece l’attore perché dal palcoscenico di un teatro cittadino aveva più influenza sociale che da una cattedra universitaria. Scrisse una dozzina i commedie teatrali che poi rappresentò, come autore, attore o regista. E così via dicendo.
Anche l’anarchia, scrisse Slater, fa parte della vecchia cultura perché lascia al caso la regolamentazione dei rapporti tra le persone. L’America ha sempre promesso una specie di anarchia, che poi ha regolarmente rifiutato. E poi anche l’Università rientra nella deificazione come effetto dell’assenza e dell’abbandono del docente.
Il costo della deificazione non deve essere eccessivo, perchè noi abbiamo bisogno di vive¬re una vita tollerabile in una società tollerabile. Non desideriamo tutto e subito. Però vogliamo vivere bene.
Tutto bene, rispondono i conservatori della vecchia cultura bellica, ma come si fa ad entrare nell’utopia della nuova cultura delle connessioni? Dove il bruco si trasforma in farfalla? Tutti i tentativi fatti sinora sono falliti. Perché? Chiesero gli industriali di Treviso a Philip Sla¬ter nel 1999? Sono falliti, rispose Slater perché le risposte furono fondate sul presupposto della scarsità e dell’opposizione con l’avvento dell’abbondanza. Si comincia a vedere che scarsità ed abbondanza sono stati psichici soggettivi e quindi possibili, ma non necessari. Nessuno ci impedisce l’utopia di un diversa società dell’abbondanza se non, disse Slater “i nostri invidiosi sogni di una gloria personale. Il nostro orrore nei confronti dell’idea di gruppo, che ossessiona filosofi, cantanti, scrittori e politici deriva dai nostri sogni di eroismo personale che sinora non ci hanno portato che miseria, scontento, odio e caos. La guerra è stata per millenni la somma di tutto questo. Se noi riusciremo a oltrepassare tutto questo ed a cambiare questa nostra vanità, forse riusciremo a far emergere questo nostro ruolo utopistico della emergente cultura delle connessioni”. Ricordando queste parole, mi ritorna in mente la sua persona. Conosciuto a tavola lo vidi l’ultima volta a tavola a casa mia a Bolo¬gna. Quando fu l’ora di partire si alzò senza darmi il tempo di alzarmi. Mi venne alle spalle e mi strinse, dicendomi in modo californiano: take care! Prenditi cura di te. Io rimasi paralizzato e non fui capace di dire niente. Anche adesso mi verrebbe voglia di scrivere: take care. Ma preferisco controllare l’emozione ed usare la frase sua nel libro del 1964, La società provvisoria, scritto con Warren Bennis: La de¬mocrazia è inevitabile. Anche ciascuno di noi è inevitabile. Qui ci troviamo in mezzo a quelle percezioni di cui avevamo cominciato a parlare: le percezioni indefinibili:

  • non so cosa mi manca, ma sento che mi manca qualcosa
  • non so chi ci sia, ma c’è qualcuno
  • non so perchè sto scrivendo, ma c’è un perchè
  • non sappiamo cosa vogliamo ma vogliamo 

Quello che sappiamo è che la democrazia è inevitabile, per il bene e per il male. Noi non sappiamo perché. Ma lo dobbiamo scoprire ed imparare. Forse addirittura inventare. Ce lo hai insegnato tu. Siamo stati abbandonati tante volte dalla democrazia per cui oggi l’abbiano qui nella nostra soggettività, deificata. Anche Philip Slater è così. Non so se è lui che ci manca o chissà chi. Non so se sia ancora a Santa Cruz. Non so se sia mai esistito.
Anche tu, abbandonandoci, sei qui tra di noi che ti pensiamo, deificandoti. Noi della nostra età, abbiamo insegnato abbastanza caro Philip. Qualcosa abbiamo pure imparato, pur senza averne il diritto, che spettava solo agli studenti. Adesso questo diritto di imparare lo abbiamo anche noi. E tu, ovunque tu sia, take care!

 

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Friday, 28 March 2014 12:20

Bellessere Uno

BELLESSERE UNO

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Friday, 28 March 2014 12:17

Ministri

MINISTRI di Francesco Di Lorenzo

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Un racconto tangenziale sulla scuola italiana che ci illumina, facendoci rendere conto da quali orrori proveniamo .. nel leggere questo libro possiamo rallegrarci del cammino fatto, ma ci dobbiamo spaventare per la molta strada che ci resta da compiere..
Di Lorenzo dedica al Ministro Berlinguer il massimo dell'attenzione. Scrive un racconto dettagliato e avvincente che assomiglia ad un copione cinematografico o ad una piece teatrale. La sua lettura è decisamente consigliabile a tutti quelli che in italia si occupano di problemi scolastici, inclusi i politici e i dirigenti, del ministero e non. Includiamo inoltre i molti studenti, certi che questo testo possa rafforzare sia la fiducia che l#39;autostima in loro stessi.

Sintesi: 
Racconto tangenziale che ci illumina sulla scuola italiana. Nel leggere questo libro possiamo rallegrarci del cammino fatto, pur vedendo quanto è lunga la strada da percorrere.

 

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Friday, 28 March 2014 11:04

Psicologia e Lavoro n°164

Rivista Psicologia e Lavoro Edizioni UPRESS

Numero 164

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Friday, 28 March 2014 11:04

Psicologia e Lavoro n°165

Rivista Psicologia e Lavoro Edizioni UPRESS

Numero 165

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